L’esplosione
6 Luglio 08 — penelopebastaSoundtrack: Elisa - Sleeping in you hand
Non è stato un rumore intollerabile o assordante o sorprendente.
Come sabbia che scivola da una mano. Niente di più. Il silenzio dell’inutile.
I pezzetti di vetro sottili e quasi invisibili brillano. Trasudano umidità. In qualche punto si intravedono macchie rossastre.
Difficile rimettere in piedi questi pezzi, bisognerà costruire qualcosa di nuovo.
Sogno di perdere la borsa in una piscina. Attraversando un ponte.
Non mi tuffo a pescarla per non rischiare di perdere le lentine. Razionale nell’onirico. Assurdo. I sogni di una ragioniera.
Prendo la borsa più piccola e attraversando un’altra piscina mi cade di nuovo in acqua. Di nuovo non mi tuffo. Mi incazzo come un varano e non capisco con chi mi sto incazzando.
Mi sveglio sudata e perplessa. Fumo. Di nuovo sogno. parlo con qualcuno che mi spiega le cose come stanno. Una conversazione che si ripeterà nella realtà poche ore dopo. Per filo e per segno.
Poi sogno di tuffarmi. Scendo e scendo e scendo senza avere paura. Mi fermo. Guardo.
L’acqua è limpida. Blu scura. Profondissima. Splendida. Risalgo e nuoto nel nulla. Non un tremore, Non un pensiero di pericolo. E’ arrivato il momento di farlo.
Riappoggio la testa sul cuscino.
Mi sono arresa.
Sul mio letto neanche le lenzuola.
Pago per quello che ho comprato.
Non ricordo un altro momento così. Mi pare sovradimensionato. Allora mi chiedo perché. Qualche domanda/risposta si affaccia tra le rughe della fronte perennemente accigliata per tenere lontano il pericolo.
Quanto hai pianto per la devastazione del tuo sogno di normalità? Era il tuo sogno, il tuo desiderio, la tua cosa giusta, il tuo punto d’arrivo. Non hai pianto, Penelope, hai solo sbattuto i piedi per terra e inveito contro il mondo.
Quanto hai pianto per la desertificazione delle uniche emozioni cui tenevi? Niente, neanche ci hai fatto caso. Bisognava fare i fatti, c’era da correre, c’era da dimostrare di essere forte e inabbattibile. A lei, e te, agli amici, ai parenti. Cosa conta l’aridità che senti al centro del petto, non fa male, non si sente niente.
Quanto ti sei emozionata quando poi hai scoperto che potevi innamorarti ancora? Ti sei arrabbiata, Penelope, è l’unica emozione che hai provato. Come fosse una condanna da scontare, una vergogna da nascondere, una cattiveria da subire. Non hai avuto il coraggio di dirlo, di capirlo, di sentirlo per intero. Eppure era una benedizione in quel panorama aspro e inospitale che ti abitava dentro. Sei riuscita a trasformarlo in un orrore da cui fuggire. Con grande maestria, in verità.
Quanto tempo sei rimasta seduta sul marciapiede con la testa tra le mani a rimpiangere quello che avevi perduto, a sentire la mancanza, ad avvertire il dolore della perdita, il lutto di una storia di 6 anni tenuta in piedi con tutte le forze e le energie che avevi a disposizione? Neanche un minuto. Nemmeno quello.
Quanto tempo hai passato a chiederti chi sei e cosa fai quando ami? Non mi pare ti sia venuto in mente neanche una volta in questi 12 mesi.
Quanto ci hai messo per liquidare anche questa “storia”, come molte altre volte, stabilendo che sbagli sempre scelta, e non che sbagli il modo? Pochi secondi, direi. Un’ombra scura è passata fuggevole dietro agli occhi a ricordarti che le tue storie sono finite TUTTE nello stesso modo. Ma un’ombra fuggevole, appunto.
Ma tutto questo era lì, se guardi bene tra i pezzetti di vetro sparsi sul materasso riconosci i luoghi, i piaceri, i dolori, i sogni, la sicurezza, il futuro. Lì vedo anche l’affetto profondo e la gratitudine per la donna che ti ha dato tutto, proprio tutto, quello che aveva.
Un pezzetto umido e rosato ti ricorda che non è stato sempre e solo come pensi di ricordare. C’è stato un momento in cui svegliarti la mattina e trovarla accanto era gioia pura. Dovrebbe bastare a farti capire.
Poi ti capita anche di nuovo. Dopo un anno di niente. Ti ritrovi innamorata come un’adolescente, perché come adolescenti ci si innamora, per tutta la vita, non esiste un innamoramento da adulti, non esiste una tempesta emozionale mediabile con la saggezza e l’esperienza. Sarà così per tutta la vita, finché ne avrai. E spera di averne ancora e ancora, perché è l’unica cosa che giustifica la tua vita, Penelope.
Ma ti sei vergognata come una bimba ladra. E hai passato il tempo a lottare per non sentirti così, non te lo sei perdonato, non te lo sei neanche vissuto. Una cosa inutile. Innamorata io? naaaa. E poi di lei? non se ne parla, una imperdonabile caduta di gusto, non può essere. Di nuovo troppo giovane, di nuovo indefinita, di nuovo lontana da me, di nuovo incompatibile. Ma io una cosa precisa l’avevo vista. E volevo quella. E manco me la sono presa.
Sempre sullo stesso materasso puoi vedere anche la trama di quei pezzettini, sono meno trasparenti, certo, ma sono lì insieme alle certezze d’accatto, ai falsi sé, alla ricostruzione posticcia del tua personalità, alla violenza delle mie reazioni, al mio non saper più ascoltare, alla falsa pienezza, al dolore. Ancora e di nuovo.
Non ho altro da dire, per il momento. Se non che so’ cazzi vostri a leggere ’sto post.



















