L’esplosione

Soundtrack: Elisa - Sleeping in you hand

Non è stato un rumore intollerabile o assordante o sorprendente.

Come sabbia che scivola da una mano. Niente di più. Il silenzio dell’inutile.

I pezzetti di vetro sottili e quasi invisibili brillano. Trasudano umidità. In qualche punto si intravedono macchie rossastre.

Difficile rimettere in piedi questi pezzi, bisognerà costruire qualcosa di nuovo.

Sogno di perdere la borsa in una piscina. Attraversando un ponte.

Non mi tuffo a pescarla per non rischiare di perdere le lentine. Razionale nell’onirico. Assurdo. I sogni di una ragioniera.

Prendo la borsa più piccola e attraversando un’altra piscina mi cade di nuovo in acqua. Di nuovo non mi tuffo. Mi incazzo come un varano e non capisco con chi mi sto incazzando.

Mi sveglio sudata e perplessa. Fumo. Di nuovo sogno. parlo con qualcuno che mi spiega le cose come stanno. Una conversazione che si ripeterà nella realtà poche ore dopo. Per filo e per segno.

Poi sogno di tuffarmi. Scendo e scendo e scendo senza avere paura. Mi fermo. Guardo.

L’acqua è limpida. Blu scura. Profondissima. Splendida. Risalgo e nuoto nel nulla. Non un tremore, Non un pensiero di pericolo. E’ arrivato il momento di farlo.

Riappoggio la testa sul cuscino.

Mi sono arresa.

Sul mio letto neanche le lenzuola.

Pago per quello che ho comprato.

Non ricordo un altro momento così. Mi pare sovradimensionato. Allora mi chiedo perché. Qualche domanda/risposta si affaccia tra le rughe della fronte perennemente accigliata per tenere lontano il pericolo.

Quanto hai pianto per la devastazione del tuo sogno di normalità? Era il tuo sogno, il tuo desiderio, la tua cosa giusta, il tuo punto d’arrivo. Non hai pianto, Penelope, hai solo sbattuto i piedi per terra e inveito contro il mondo.

Quanto hai pianto per la desertificazione delle uniche emozioni cui tenevi? Niente, neanche ci hai fatto caso. Bisognava fare i fatti, c’era da correre, c’era da dimostrare di essere forte e inabbattibile. A lei, e te, agli amici, ai parenti. Cosa conta l’aridità che senti al centro del petto, non fa male, non si sente niente.

Quanto ti sei emozionata quando poi hai scoperto che potevi innamorarti ancora? Ti sei arrabbiata, Penelope, è l’unica emozione che hai provato. Come fosse una condanna da scontare, una vergogna da nascondere, una cattiveria da subire. Non hai avuto il coraggio di dirlo, di capirlo, di sentirlo per intero. Eppure era una benedizione in quel panorama aspro e inospitale che ti abitava dentro. Sei riuscita a trasformarlo in un orrore da cui fuggire. Con grande maestria, in verità.

Quanto tempo sei rimasta seduta sul marciapiede con la testa tra le mani a rimpiangere quello che avevi perduto, a sentire la mancanza, ad avvertire il dolore della perdita, il lutto di una storia di 6 anni tenuta in piedi con tutte le forze e le energie che avevi a disposizione? Neanche un minuto. Nemmeno quello.

Quanto tempo hai passato a chiederti chi sei e cosa fai quando ami? Non mi pare ti sia venuto in mente neanche una volta in questi 12 mesi.

Quanto ci hai messo per liquidare anche questa “storia”, come molte altre volte, stabilendo che sbagli sempre scelta, e non che sbagli il modo? Pochi secondi, direi. Un’ombra scura è passata fuggevole dietro agli occhi a ricordarti che le tue storie sono finite TUTTE nello stesso modo. Ma un’ombra fuggevole, appunto.

Ma tutto questo era lì, se guardi bene tra i pezzetti di vetro sparsi sul materasso riconosci i luoghi, i piaceri, i dolori, i sogni, la sicurezza, il futuro. Lì vedo anche l’affetto profondo e la gratitudine per la donna che ti ha dato tutto, proprio tutto, quello che aveva.

Un pezzetto umido e rosato ti ricorda che non è stato sempre e solo come pensi di ricordare. C’è stato un momento in cui svegliarti la mattina e trovarla accanto era gioia pura. Dovrebbe bastare a farti capire.

Poi ti capita anche di nuovo. Dopo un anno di niente. Ti ritrovi innamorata come un’adolescente, perché come adolescenti ci si innamora, per tutta la vita, non esiste un innamoramento da adulti, non esiste una tempesta emozionale mediabile con la saggezza e l’esperienza. Sarà così per tutta la vita, finché ne avrai. E spera di averne ancora e ancora, perché è l’unica cosa che giustifica la tua vita, Penelope.

Ma ti sei vergognata come una bimba ladra. E hai passato il tempo a lottare per non sentirti così, non te lo sei perdonato, non te lo sei neanche vissuto. Una cosa inutile. Innamorata io? naaaa. E poi di lei? non se ne parla, una imperdonabile caduta di gusto, non può essere. Di nuovo troppo giovane, di nuovo indefinita, di nuovo lontana da me, di nuovo incompatibile. Ma io una cosa precisa l’avevo vista. E volevo quella. E manco me la sono presa.

Sempre sullo stesso materasso puoi vedere anche la trama di quei pezzettini, sono meno trasparenti, certo, ma sono lì insieme alle certezze d’accatto, ai falsi sé, alla ricostruzione posticcia del tua personalità, alla violenza delle mie reazioni, al mio non saper più ascoltare, alla falsa pienezza, al dolore. Ancora e di nuovo.

 Non ho altro da dire, per il momento. Se non che so’ cazzi vostri a leggere ’sto post.

 

 

Carne

Soundtrack: Corey Glover- Do you first then do myself

Oggi sono carne.

Il sole sveglia e riscalda, accende e fa rabbrividire. Il vento è ruffiano e ti parla nelle orecchie ininterrottamente coprendo il silenzio subdolo del calore che inizia, piano a entrarti dentro centimetro per centimetro.

Sale, sabbia libeccio accarezzano contropelo e riportano alla memoria della carne altre mani e altri sensi. Tutte le mani, quelle che ho conosciuto, quelle che conoscerò, quelle che non avrò mai. Si infilano sotto le palpebre appena le chiudi cercando di nascondere la fame degli occhi. Un film proiettato senza sosta che ti attorciglia le viscere fino a fare male.

Il caldo entra in ogni curva del corpo, esplora e scioglie. Il caldo entra sottopelle e si nasconde aspettando il tramonto. Suadente e malevolo, sapendo cosa costerà alla carne restare inerte, più tardi.

E al tramonto viene fuori. Irrefrenabile, incontenibile, struggente e rabbioso. Senti il calore venire fuori da ogni parte, non lo freni, non lo raffreddi, non lo tolleri, non si ferma. Chiede e pretende. Urla e prega.

Assordante la voce della carne.

Guardo altrove, cerco cose, mi impegno, penso e non riesco a pensare. Non basta. Overload sensoriale.

Se bastassero le mie mani, potrei aspirare a rinfrescarmi. Non è questo che voglio. Non ora, non stasera, non adesso. Voglio ricoprirmi dell’acqua di mare che oggi mi ha punito così crudelmente riportandomi dove non volevo essere. Voglio squagliarmi fino a evaporare. Voglio restituire questo calore che mi impregna la carne.

Generosamente.

Se appoggio l’orecchio alla mia spalla sento il rumore delle onde alzate dal libeccio teso e mi sale nel naso l’odore del sale e di me.

Buon odore. Lo condividerei volentieri stasera.

 

Ho voglia (aggiornato al 5 luglio 2008)

Soundtrack: Smoma - Georgy Porgy

Ho voglia di una birra ghiacciata in compagnia. (fatto)

Ho voglia di passare le mani tra i capelli di una donna, non importa con quale sentimento.

Ho voglia di fare all’amore tutto il pomeriggio e tutta la notte e addormentarmi stropicciata e zuppa come una mappina da cucina. E soddisfatta.

Ho voglia di sentirmi sulla pelle l’odore del sale, del mare, del sudore e della sabbia dopo una giornata in spiaggia. (fatto)

Ho voglia di acqua fresca in bocca e sulla pelle. (fatto)

Ho voglia di chiacchierare, di sera, sotto gli alberi, con chi ha voglia di chiacchierare con me. (fatto)

Ho voglia di sentire cose che non so. (fatto ma ne voglio ancora)

Ho voglia di rispondere non lo so.

Ho voglia di leggere un libro che mi sappia catturare.

Ho voglia di appoggiarmi su una spalla e piangere solo un po’, tanto per.

Ho voglia di un massaggio sulle spalle.

Ho voglia di un tatuaggio della fenice sul collo.

Ho voglia di dormire sulla spiaggia, sotto un ombrellone da 5 euro che non sta in piedi se c’è vento. (fatto)

Ho voglia di vedere facce e immaginare vite.

Ho voglia di passeggiare al fresco in silenzio ascoltando qualcuno che parla. (fatto)

Ho voglia di una carezza sulla schiena.

Ho voglia di essere guardata.

Ho voglia di parlare nell’orecchio a qualcuno e vederne i brividi.

Ho voglia di appendere un quadro in questa stanza.

Ho voglia di andare a dormire. (fatto, ma ne voglio ancora)

Ho voglia di sentire le parole di una madre. (questo fa parte delle cose ai confini della realtà)

Ho voglia di volare.

Ho voglia di tagliare tutti i fili sfilacciati.

Ho voglia di tenere in braccio il mio gatto senza impazzire dal caldo.

Ho voglia di star bene. (fatto)

(per il resto qualcuno si offre?)

Niente di particolare

SoundtrackColdplay- Violet Hill

Dove cazzo ho messo il mio accendino?

Sono sudata come una foca.

Ho stirato questo mondo e quell’altro, bevendo ettolitri d’acqua, ballando la ironing-funky-dance e facendomi gelare le goccioline di sudore che mi cascano dalla cabeza dal getto del ventilatore.

Perché sudo in testa, come i bambini.

In realtà non ho niente da dire, ma prima di andare a letto mi è venuta voglia di digitare qualcosa. Qualsiasi cosa. Ho cercato per un po’ un argomento nel mio cervello salato, ma non ho trovato nulla di degno di nota.

Ma volevo sentire il suono delle ditine sulla tastiera.

Vorrei saper scrivere un romanzo. Vorrei essere abbastanza disciplinata da trovare una storia che abbia un capo e una coda, metterla insieme e scriverla con attenzione e cura. Un po’ al giorno, senza perdere il filo, senza l’urgenza di arrivare all’ultima frase, senza ascoltare la voce della copywriter che è in me (frasi brevi, paragrafi sintetici, chiusure “fulminanti”…).

Vorrei sapermi abbandonare al filo di una storia, dei suoi personaggi che non sono me, dei migliaia di rivoli che si aprono e saperli condurre dove devono. O magari abbandonarli ché non servono. Perché a volte è necessario fare anche questo.

Il primo racconto l’ho scritto con delle mie compagne di classe a 8 anni. Era un incrocio tra “piccole donne crescono” e “Hansel & Gretel”.

Detto così però pare un racconto dell’orrore, invece parlava di ragazzine che crescono sole.

Poi ne ho scritti decine e mai finito uno. Unica storia, unica protagonista. Si dice che la scrittura femminile sia caratterizzata dall’autobiografismo (anvedi che frase tecnica, pare un trattato). Personalmente non credo di avere altri argomenti al di là di me.

E mi comincio pure ad annoiare un po’, ma mai abbastanza per smettere.

Senza accendino devo andare in cucina. Uff.

Il primo testo come copy iniziava così: “Incastonata nella splendida cornice della collina di Posillipo”. Lo trovavo orripilante ma mi valse l’assunzione. Poi ho scritto su qualsiasi cosa. Anche sulle trappole per scarafaggi. Finivo di scrivere i testi troppo in fretta, non mi restava un cazzo da fare e i capi si incazzavano come anguille a vedermi ciondolare in giro per l’ufficio. Uffici dove arrivavo con anche due ore di ritardo, dove quando prendevo cazziatoni restituivo una espressione gelida, presuntuosa e superba che mi è valsa il lincenziamento almeno una decina di volte.

La nana superba. Ho fatto inferocire manager scafati e uomini tranquilli. L’unico posto dal quale non sono stata buttata fuori era di proprietà di un tipo ormonalmente perso dietro le mie tette. Mi “molestò”, come si dice ora, mi chiese perdono e io ho fatto il cazzo che mi pareva finché non ho deciso di andar via. Zoccola dentro.

Facevo rabbia. Io non so perché. Forse era la strafottenza. Una virtù, secondo me. Ma non tutti parevano essere d’accordo.

Poi ho fatto molte altre cose. In una parabola discendente sia economica che di qualità. Ma ho lavorato sempre, non mi sono fermata mai. E una laurea non ce l’ho, perché volevo lavorare e non stare a perdere tempo. E ho cominciato a 19 anni.

Dovrei stare in pensione e andare in giro col mio laptop a cercare posti dove farmi venire fantastiche idee per scrivere Il Romanzo.

Dio che post irritante.

E’ che sono preoccupata: malgrado il mio istinto, i consigli e la ragione, sto per fare una gran cazzata. Spero di saperla gestire.

Scrivo per non pensare, in fondo. In genere ho la sensazione che stia scrivendo qualcun altro e non io (esci da questo corpo!) e non ha mai la più pallida idea di dove sto andando a parare.

Ma chissenefrega?

‘Notte

 

Vedi solo quello che vuoi vedere…

Soundtrack: Tania Maria - Please me

“Penelope, tu vedi solo quello che vuoi vedere” (detto da almeno 5 persone in una settimana, con ogni genere di tono, dalla rabbia, al disgusto, all’affetto profondo).

Prima fase reattiva: Ma vaffanculo.

Seconda fase reattiva: Ma perché, c’è forse qualcuno sulla faccia della terra che può presumere di vedere la realtà con occhi oggettivi e matematici? non lo facciamo tutti? i fatti, le cose, non passano forse per la mente e lo sguardo di ognuno in modo personale e soggettivo comunque e dovunque?

Terza fase reattiva: Se me lo dicono in tanti e in tanti modi deve essere vero. Ci devo pensare. Peraltro è quello che io dico del pater…

Quarta fase reattiva: Ma che vuol dire?

Già, che vuol dire.

A ben pensarci, per ognuna delle persone che ha espresso questa stessa, identica frase, c’è un diverso significato dietro. Per alcuni significa “non mi vedi, non ti accorgi di me, mi interpreti a tuo modo e non guardi chi sono”, per altri vuol dire “selezioni la realtà delle cose in base allo stato d’animo e ti relazioni come se esistesse solo quella parte e null’altro”. Per altri ancora “manipoli i fatti in modo da avere ragione” e poi, ancora “fingi di non vedere quello che non vuoi affrontare”.

E hanno ragione tutti, se ho capito la questione/le questioni. Tutti indistintamente ed è inutile che io punti i piedi e mi metta a starnazzare. E’ così, così, così e così.

Vero che mi dico una gran quantità di bugie, vero che manipolo, vero che mi infilo solo nelle pieghe di ciò che conosco bene, per quanto possa, a volte, essere orribile, e ignoro qualsiasi cosa possa essere diversa e sconosciuta, vero che sono una campionessa mondiale di slalom, ogni asticella rossa saltata è una verità che mi fa male, ogni asticella blu una rottura di cazzo che mi voglio evitare.

Ogni tanto, però, ne prendo una in faccia, c’è da dire.

Sono particolarmente iperreattiva, in questo periodo, fragilità capillare. Quindi reagisco spropositata. Ciò non significa che io abbia smesso di ragionare. Fa strano che mi ritrovo con lo stesso stato d’animo dubbioso e chiocciolesco di tre mesi fa. Le parentesi distraggono e distolgono ma non cancellano. Lesson number one. Si riparte da Darth Vader.

Per il resto tutto bene.

Ho acquisito alla Sagra dell’Unità un monile che cercavo da almeno 10 anni (vedi foto), ne sono fierissima e, soprattutto: ABBIAMO IL VENTILATORE!

 

Lesbiche avvilite

Soundtrack: Organized Noize ft  Queen Latifah - Set It Off

Le lesbiche avvilite guardano i panni puliti e si chiedono come fare a stirare con questo caldo.

Le lesbiche avvilite non sono riuscite a comprare il ventilatore perché il cinese ha chiuso.

Le lesbiche avvilite si guardano indietro e si chiedono a cosa cazzo serve sapere come ci si comporta in una relazione duratura, progettuale e stabile.

Le lesbiche avvilite si chiedono se ce ne sarà mai un’altra.

Le lesbiche avvilite guardano indietro oltre ogni tempo massimo, quando non è più giustificato né giustificabile.

Le lesbiche avvilite sono stanche di un sacco di cose.

Le lesbiche avvilite non riescono neanche tanto a realizzare le fortune che hanno.

Le lesbiche avvilite non capiscono cosa hanno da chiedersi, non ci credono proprio più, non hanno nutrimento per orgoglio e “forza interiore”, si stringono le mani da sole per farsi calore in una giornata che squaglia i cammelli.

E non vorrebbero stare così, si sentono un po’ stupide, un po’ ingrate, un po’ vittimiste e un po’ insopportabili.

Vorrebbero dirsi, le lesbiche avvilite, che passa, che è normale, che c’è un tempo per ogni cosa e che alcune di loro tendono a prendersi questo tempo quando le cose sono lontane lontane e fanno meno paura. Vorrebbero anche dirsi che va bene, va bene così, è necessario, poi un senso si troverà. Prima o poi.

Si domandano, sempre loro, perché investire, perché progettare, perché stabilizzare, perché provarci, perché insistere, perché.

Non se lo ricordano più.

Si ricordano poche, piccole cose. Quelle cose piccole che scalzano via quelle grandi dal buffer di memoria. Quelle piccole cose che però, non sono sufficienti a motivare i gesti e gli sforzi e il dolore e la caparbietà e l’ostinazione. Non che abbia più molta importanza, ma se non ha più importanza, cosa è importante? cosa serve a cosa? a chi?

“Che c’è dietro l’angolo?” - disse Marzullo - “non c’è niente”, rispose la lesbica avvilita, ben sapendo che questa frase, questo pensiero, questo mood, questo inutile buco nero della mente, la porterà fuori dalla porta del mondo civile.

Perché le lesbiche avvilite nun se ponn’ suppurtà.

Io sono una lesbica avvilita che stirerà i panni senza ventilatore e andrà a letto sudata come una foca per svegliarsi domani e andare a lavorare perché così le giornate passano prima. E un ragazzino, mentre costruisce con me un collage fatto con microbici pezzettini di cartoncino colorato e pongo mi chiederà: “A che serve quello che stiamo facendo?” e io risponderò: “A farmi stare meglio, ciccio”.

Mmmmhh (repetita juvant?)

Soundtrack: Freshlyground - Doo be doo

Non sto bene.

Non sto niente bene.

La spinta propulsiva della rivoluzione del settembre 2007 è finita. E non mi ritrovo più la voglia.

Ho corso e sudato, mi fermo e l’unica cosa che mi viene in mente è di stendermi sul divano fino al 2020.

Mi ripeto.

Son preoccupata.

Senza rabbia mi spengo.

Che palle. Vuoto e inutilia. Mediocrità e piattezza. Elettroencefalogramma? Non pervenuto.

Guardo la tv dopo quasi un anno fino a sfinirmi.

Pure il blog mi ha rotto un po’.

Victim time? Depression valley? reset? delete? quit? Utente bloccato.

Non ci credo più.

Ancora un mese e poi vacanza.

 

 

Back Rome

Soundtrack: GNENTE

Nientedimeno in questo treno la presa funziona davvero. Mai successo prima.

Sono le undici e mezza ed è un gran casino qui. Ho il seggiolino singolo. Anche questo mai successo ed è sempre stato un mio desiderio.

Cuffiette nelle orecchie, schermo davanti. In  una botte di ferro, proprio.

Sono senza energie. Priva totale. Come se avessi dato fondo ad ogni riserva, credito o ipotesi di energia. Magari è solo il caldo o l’immobilità che chiama immobilità.

Una settimana di uallera (letteralmente = ernia inguinale, metaforicamente = pigrizia/accidia N.d.T.) totale. Ho dormito più di quanto umanamente sia possibile dormire. Preso sole il poco che basta a risvegliare il mio ceppo mediterraneo, fatto bagni come in una vasca – ferma e seduta sulla sabbia con l’acqua fino al collo - e poltrito fino a farmi dolere le gambe.

La bicicletta l’ho presa solo una volta. Troppa fatica.

Come diceva la mia ex: “cumm’è bell’ a nun fa nu cazz’!”

Strana cosa scrivere in treno. Mi preoccupo di essere guardata o letta mentre scrivo. Faccenda palesemente assurda. Ovviamente scrivo per far passare il tempo. Ho tre ore davanti e un’ansia che mi mangia il cuore.

Non so perché. Da stamattina. Forse non volevo tornare. Ma neanche restare.

Questa campagna è splendida. Mi sa che sto testo non sarà un post. O magari sì, tanto quello che non vi volete leggere non lo leggete. Però le mie cose migliori le leggete anche più di una volta, mi pare di capire.

Spesso, i miei cicci piccoli, dopo anni di lavoro, fanno dei clamorosi passi indietro che possono gettare nella più cupa disperazione la più esperta delle colleghe. Col tempo impari che queste involuzioni, queste “regressioni”, sono necessarie ai cicci piccoli per prepararsi al salto successivo. Come un elastico che per scattare deve essere tirato all’indietro, come un velocista che per partire deve appallottolarsi ai blocchi di partenza. Dopo un po’ li vedi schizzare lontano, crescere – a volte persino in altezza -.

E così ho imparato che i peggiori momenti di regressione hanno un senso necessario e positivo e non solo un sapore di sconfitta.

Sono diventata refrattaria alle critiche. Mi rivolto come un varano.

E’ che so’ stanca.

A volte mi sembra che mi si dicano cose senza cognizione di causa. Cose generali e generaliste che non tengono conto della realtà dei fatti. Ma è difficile dire se sia davvero così. Sono brava a dirmi strunzate e a scantonare dalla realtà delle cose. Solo che in questo periodo non vedo quali critiche mi si possono portare.

Una sì, la accetto, e riguarda la mancata protezione di mia nipote. Il resto mi pare normale amministrazione.

Alfolo dice che ripeto la mia età come una maledizione. Non è esattamente così. Vero che me la ripetono gli altri di continuo, anche quando io me ne dimentico. Vero è che è uno strano passaggio dell’esistenza del quale è difficile venire a capo. Non è il solito bilancio quinquennale, né il periodo di formazione tra i 35 e i 40, denso di dubbi, domande, desideri, buchi da colmare e bisogno di definizione. E’ diverso. E’ nuovo. E’ altro.

Fa caldo qui, c’è un gran casino di stranieri e vacanzieri nostrani.

Mi so’ rotta di scrivere.

leggo un po’.

Di Madri, nonne e matrigne

NON HO TEMPO PER TROVARE L’IMMAGINE

Soundtrack: Forest for the trees Dreams

Ho un mal di schiena che la metà basta.

Troppo tempo stesa. Sono presa in un gorgo di pigrizia senza precedenti.

Oggi prendo la bicicletta, almeno mi muovo un po’.

Ieri ho cercato di mettere il post sul blog, ma c’è una fottuta incompatibilità tra la mia pennetta e il computer dell’internet point.

Oggi ci riprovo e vedremo se ci riesco.

Sempre ieri si ragionava, con mia sorella, su quello che proprio uno non ha in sé. Su quello che noi, branco familiare, non siamo in grado di dare.

Non si può cavar sangue da una rapa.

Quando si cresce con un imprinting tanto particolare, come quello di non avere una madre, si alza la soglia del dolore. Impari a sopravvivere e, se puoi sopravvivere a questo, puoi sopravvivere a tutto (e questo non l’ho detto io).

E quello che si posiziona, sulla scala del dolore e dei problemi, al di sotto di quella linea rossa, non conta un cazzo e basta. Cosa da niente è.

La maggior parte delle donne che ho avuto a fianco, ma non solo, sempre questo mi hanno obiettato: “per te valgono solo i tuoi, di problemi, il resto lo sminuisci e sottovaluti”.

E’ vero, è sempre stato vero. Dico spesso che in fondo le nostre sono piccole vite e che, inesorabilmente, ognuno ha la propria personalissima linea rossa a delimitare la soglia del dolore. E che per ognuno è spaventosamente alta.

Ma negli anni, una parte di me ha smesso di rispettare le altrui linee. Una parte di me ha semplicemente cominciato a pensare che chi non ha idea di cosa sia il vero dolore, vale poco o, quantomeno, ancora non ha avuto il benché minimo contatto con la realtà e con la vita. Bimbi col ciucciotto in bocca.

Non è bello. Non è giusto. Non mi ricordo quando ho cominciato a diventare così.

Appartengo ad un branco familiare matriarcale, donne soprattutto pratiche, dall’aria inesorabilmente anaffettiva perché, tutto sommato, non c’è tempo da perdere con le smancerie, i poverina e gli abbracci perditempo. Bisogna fare. Fare subito, entrare in un loop di iperattività da emergenza che sia pragmatico, razionale, potente e che non lasci spazio alle emozioni inutili (piangersi addosso, abbattersi, fermarsi, proteggersi). Camminare anzi, correre e non importa chi o cosa si travolge nella corsa.

Siamo fatte così da tre generazioni

Mia nonna, mater ebrea cellula per cellula, che ci ha cresciuto con costanza e ostinazione, non ha mai concepito pause e/o attese. Fare, muoversi, organizzare,  predisporre, correre, agire. Ma lei è stata anche capace di abbracci caldi e partecipativi, sapeva consolare e farti sentire unica al mondo nella sua attenzione, sapeva leggerti negli occhi il dolore o la sofferenza e sapeva come curarla. Aveva nelle mani il potere di sciogliere ogni nodo dell’anima individuandolo con precisione. Io questo non ce l’ho, e me ne dispiace. Mia nonna un giorno ha detto: “avrei preferito morisse tuo padre, mio figlio, invece di tua madre”. Una dichiarazione d’amore e comprensione, il coraggio di capire e di vedere gli strappi dell’anima uno per uno, la consapevolezza che portare un dolore da adulti è, comunque, più sopportabile.

Fantastica mia nonna.

Poi c’era la moglie di mio padre. Madre coraggio per suo il suo figlio bello e dannato, donna fattiva nel caricarsi addosso una famiglia che non la voleva e che l’ha osteggiata apertamente per oltre 30 anni. Senza tregua. Lei non era donna da perdere tempo. Ci ha educate, ci ha dato il suo. E il suo era: sii autonoma, aggredisci il dolore, sappi chiedere aiuto, non dipendere da nulla, non ti aspettare niente mai e tieniti strette le tue emozioni, che condividerle non è di questo mondo. Mai una carezza, mai un abbraccio, mai una parola di comprensione. Ma presenza costante e adeguata in ogni momento difficile con i suoi modi e i suoi mezzi (storico il suo presentarsi con una pillola di tavor e un bicchiere d’acqua mentre al telefono, a 19 anni, mi comunicavano della morte dell’amico Claudio). Fu lei a mediare per l’organizzazione del mio aborto, lei a parlare con me quando morirono Massimo e Gabriella, lei a sostenere la mia andata via di casa. Con una durezza adamantina certo, ma gliene sono grata, ora.

Mia nipote, che è ormai lontana dalla sua bisnonna “panzer” e dalla sua nonna acquisita “don’t panic”, paga l’assenza di rassicurazioni, lo sguardo severo sui suoi momenti di cedimento passivo, la mancanza di parole di compassione (nel senso letterale del termine), l’assenza di abbracci e di carezze da incoraggiamento. Cerca di barcamenarsi e sopravvivere ad una modalità di essere che non prevede sconti, pause, cadute senza risalite, perdite di tempo.

Sarà anche per questo che, almeno io, ho la tendenza a drammatizzare sempre tutto. Se le cose appaiono peggio di quel che sono, forse si riesce a rimediare un abbraccio caldo o uno sguardo di approvazione. Non c’è più nessuno che debba o possa fare questo per me, non è tempo e non è il caso, ma è una sensazione che non muore, una incoercibile tendenza bambina.

Anvedi questa immobilità fisica dove mi sta portando.

Se dovessi riuscire a pubblicare sul blog ‘sti pezzi, saranno cazzi di chi legge. Noia mortale.

Non dovrei ma so che lo farò.

P.S. Ieri, a Napoli, hanno arrestato un ginecologo che faceva aborti clandestini. E’ lo stesso del quale parlavo nel mio post sull’aborto. Lo hanno preso dopo 30 anni. Il suo collega si è beccato anche una accusa di molestie. Non è cambiato niente.

Di zavorre e di armature

 

Soundtrack: The Doobie Brothers Long Train Running

23 giugno 2008 (che non so cambiare la data sul post)

Non amo scrivere in treno. In aereo mi calma, ma in treno mi rintrona. Mi rintrena?

Sto ascoltando Alanis, quello nuovo e do inizio alla mia settimana di passione. Vado da mia sorella per riflettere, per disintossicarmi, per venire a capo, ancora una volta, come sempre, come in ogni altri singolo giorno della mia vita, di me.

Sarà per questo che, periodicamente, mi incaponisco ad occuparmi di qualcun’altra che, possibilmente, stia peggio di me.

Pensiero altro per distogliermi da pensiero me.

Può essere altrettanto faticoso, ma sempre e comunque meno doloroso.

In Tassì mi veniva in mente un film di più dieci anni fa: Mission. C’è Robert De Niro che attraversa l’intera jungla amazzonica trascinandosi appresso la sua armatura e tutte le sue armi. Per scontare la colpa. Aveva ucciso per gelosia ed arroganza. Il fratello.

C’è un momento, forse più di uno, nel quale si va in giro trascinando la propria armatura e le armi usate di solito per scontare qualcosa. Qualcosa che non ci si riesce a perdonare. Se non diventasse metaforico, avrebbe un valore reale. La fatica fisica è l’unica cosa che placa la rabbia e l’orrore di sé.

Se si potesse provare fatica fisica, a trascinare i propri sensi di colpa, prima o poi ti sentiresti fiera di te – perché lo fai –, poi più forte – perché il peso resta uguale, ma tu diventi più potente -, poi sapresti che è arrivato il momento di buttare tutto via. Tutto. Che hai fatto sta strunzata sufficientemente a lungo, che un obbiettivo lo hai raggiunto, che ci sei riuscita a venirne a capo.

E la sensazione di leggerezza la sentiresti tutta per intero. Nel corpo, nelle spalle, nella schiena. E potresti volare, volendo.

Ma questa fisicità non c’è nel rapporto con i sensi di colpa e/o rimpianti e/o semplice senso di responsabilità nei confronti delle cose e dei fatti dei quali sei stata protagonista. Quindi puoi andare avanti tutta la vita e, in qualche caso, lasciare anche la tua zavorra ad altri prima di andartene. Succede.

Dunque, mettiamo che mentre stai girando per la jungla amazzonica con la tua armatura di ferro attaccata alla schiena, incontri qualcuno che fa la stessa cosa.

Identica.

Saggezza vorrebbe che tu ti allontanassi, il più velocemente possibile. Che tu cambiassi strada, che fingessi cecità assoluta. Una cosa così.

Ma magari no, ti guardi negli occhi e vedi nello specchio il tuo dolore e la tua paura. La tua stessa intolleranza all’esistenza, la stessa voglia di riscatto con te stessa.

E pensi bene di iniziare un pezzo di sentiero insieme.

E fai male.

Ma anche per lei è uguale. Vede la stessa cosa. Vede un modo per alleggerire il cammino. Come te.

No. E’ solo un incontro sbagliato al momento sbagliato. Un incontro di quelli da non augurarsi. Non in questo modo, non con questo peso.

E magari qualcosa funziona, magari chiacchierando e piantandosi gli occhi negli occhi sembra tutto più leggero, più agevole, più breve.

In qualche momento riesci persino ad offrirti di portare un po’ del suo acciaio. E lei del tuo. Sembra bello.

Non lo è.

E non è colpa di nessuno. E’ solo un buco nero che si sarebbe dovuto evitare. Senza nulla togliere al valore delle persone e del loro dolore, senza nulla togliere alla bellezza, alla gentilezza alla piacevolezza.

Buco nero.

Quando lo hai capito e lo scansi, ricominci ad odiare. Ricominci a sputare merda. Ricominci e basta.

Aggiungi qualcosa alla zavorra. Una ginocchiera, un elmo, un’altra spada. Perché dopo un po’ ti accorgi che stai facendo la stessa cosa per la quale vai in giro ad autopunirti con cura maniacale.

Ed è solo per questo che andava evitato quell’incontro.

Per il resto le persone sono quello che sono. Belle e brutte, orride e meravigliose, gentili e bastarde, intelligenti ed ottuse.

Niente altro, niente di diverso da te.

Questo cd della Alanis lo avevo sottovalutato. Sto a rota di sigaretta e non poco. Peraltro il cesso è impraticabile. Devo trovarne un altro. C’è un altoparlante che ronza ininterrottamente da quando siamo partiti. Angosciante.

Non mi aspettavo un pendolino così affollato. Lo chiamano Eurostar. Dovrebbero mettersi scuorno (=vergognarsi N.d.T.).

Cercherò di fumare alla prossima fermata.

Sfiga

Avevo preparato un post fantastico, avevo studiato immagine e musica e poi il lettore mp3 del cazzo si è convertito il file in una cosa che niente al mondo può riconoscere.

Fanculo.

30 minuti all’internet point e gnente.

Riproverò

Baci a tutti.

Mosci che siete.

Napoli, il Pater, la Bertè e molto altro

Soundtrack: Freak Power - Turn On, Tune In, Cop Out

Week end intenso a Garbage City.

Partenza venerdì con la R*. Se partiamo ognuno per i cazzi propri, in genere, il tempo di viaggio è standard, anzi, sul filo del Tutor. Se partiamo insieme, i tempi di percorrenza si assommano. Quindi start alle 15 di venerdì, arrivo alle 19 e passa.

Però lungo la strada abbiamo raccolto il Fab sul pizzo della sua montagna.

Cena sul terrazzo della Colombaia e post precedente.

Sabato mi spiumo la capoccia quasi del tutto. Mi sembro un pulcino con la faccia da gallina. Per fortuna crescono. I capelli. E poi fa caldo, adoro infilarmi sotto la doccia con tutta la capuzzella e uscire con le piumette bagnate quando fa caldo.

Poi vado dal pater.

Vive in una strana casa, il pater, sembra un posto di vacanza.

Mi fa l’elenco delle doglianze. Ascolta un po’ le mie. Mi da persino una mano a risolvere un problema.

E’ ingrassato, è cambiato di viso in un modo che non riesco a capire. Non mi ricordo com’era prima. A pasqua. E’ rallentato. Forse fa la parte con me, forse è proprio così. Mi racconta anche dei suoi cazzeggi on-line con relativi fidanzamenti (in contemporanea?). Non vuole andare in vacanza. Non so cosa raccontargli, non so che dire. Non sa cosa raccontarmi, non sa che dire. Dopo un’ora vado via. Distanze siderali che si cerca di colmare in nome di un legame supposto e codificato. Ma non sentito. Tristezza profonda. Gli affetti che dovrebbero contare per definizione, non contano uno stracazzo. Mi sembra di sentire il vuoto rimbombare nella mia cassa toracica.

Le assenze marchiano. E non ti abbandonano mai. ‘Na sicurezza, il resto può sparire nel nulla, trasformarsi, ridimensionarsi, modificarsi. Le assenze sono sempre lì, per tutta la vita. Buchi che non hai modo di riempire. Nessun materiale li riempie. Nessuna emozione li copre. E se ci provi diventano trappole nelle quali cadere con aria stupita e sorpresa: “ma come, l’avevo coperto, com’è che me lo ritrovo sotto i piedi proprio ora?”. Misteri.

Fingo di fare shopping. Penso che avrei comprato un pantalone, due cd e tre libri. Mi basta.

Chiacchiere con il fab. Lo convinco a venire con me alla serata gaia all’arenile. C’è il concerto della Bertè.

E si lascia convincere…

Andiamo a mangiare alla Pietra. Un pezzo di lungomare meraviglioso malgrado il trionfo di scheletri dell’ex Italsider. Da sempre mi sono chiesta a chi è potuto venire in mente di scegliere uno degli scorci di panorama marino più belli del mondo come sede per una acciaieria. Menti malate, non c’è altra risposta.

Ogni tanto un cumulo di rifiuti si fa apprezzare per l’aroma. La situazione non è tragica, ma sgradevole.

Poi andiamo all’Arenile. Ma sbagliamo ingresso e ci troviamo con infanti-etero-tamarrissimi.

Seguiamo una checca-wave e troviamo l’ingresso del posto a noi dedicato.

Ho appuntamento anche con Alf**.

Con il fab ridiamo molto. Lui spacca le palle dicendo che non conosce più nessuno, che sono anni che non va alle serate gay napoletane etc. etc.

Naturalmente ha incontrato almeno 25 persone conosciutissime.

Decido di mandare un messaggio di auguri ad una persona che non voglio più frequentare. Mi sembrava un pensiero carino e naturale. Me ne sono pentita. Mai dare un possibile gancio a chi non sa restare nei limiti.

La Bertè arriva alle 2 dico “le due”. Noi abbiamo il provilegio di entrare al di là delle transenne dato che stamo con la R° che conosce bene l’organizzatrice della serata e la sua compagna.

La Bertè è brutta, sfatta, fatta e devastata. La Bertè canta con le basi e ha due energumeni orribili fissi sul palco che la controllano.

Le checche impazzite gridano “sei bellissima” e altre palesi assurdità di questo tipo. Mi viene l’ansia e sguscio via con il fab.

Una tipa mi guarda e mi dice: “sei una  pazza ad andartene da lì”. Io nutro dubbi sulla qualità della natura umana in generale e omosessuale in particolare.

Chiacchiere con Alf** e altre personcine ammodino che incontro. Buonaserata per me, in totale. Per un sacco di buoni motivi.

Ho fatto fare le 4 e mezza al fab… me lo ha ripetuto 100 volte.

Domenica ci svegliamo tardi entrambi. Io sono alquanto instabile. Lo ero prima, lo sono ancora.

Garbage City, alle 3 di pomeriggio e a 30 gradi è deserta e splendida.

Back to Rome.

Partita dell’Italia.

Paese di merda.

Infine, nutro invidia incontenibile per le persone che riescono a passare attraverso le proprie giornate senza farsi domande, senza dubbi, senza sentirsi responsabili di nulla. I wish i was.

Arrivederci, gente, questa settimana davvero sarà complicato per me scrivere.

Fatemi qualche sorpresa.

P.S. Collezionediuomini, stai attenta, Alf** ed io abbiamo deciso di scovarti. A qualsiasi costo.

 

 

 

@Colombaia

Soundtrack: Rita Hayworth - Put The Blame On Mame (dalla Library del Fab)

Sono a Garbage City, alla colombaia dei Fab.

E mi sento a casa.

Una sensazione così non l’ho mai avuta nella/e dimora/e parentale. Mai

Non sono a casa mia, ma sono nel mio posto. Chissà che dirà il proffab di questo… il docfab lo so già, mi sorriderà con la bocca e con gli occhi neri neri.

Funziona così e mi mancava questo stato di quiete e accoglienza. Accoglienza. Adoro l’accoglienza. E’ anche una delle poche dimensioni che mi permette di riflettere senza inquinamenti e senza difese. Perché non ho da dovermi difendere, qui nessuno votta a ffà male (=cerca di nuocermi, N.d.T.).

E quindi capisco molte cose, molti errori, molte debolezze di quest’ultimo periodo e tutto sembra prendere una dimensione più reale, comprensibile, limpida.

Acqua e aria fresca, quissù.

Mi sono procurata dalla nipotazza un pigiamino decente (?) per evitare di sentirmi dire dal proffab la frase che pronuncia ogni santa mattina che mi sveglio qui: “Penè, sei inchiavabile”.

Tento di preservare la mia autostima con un pantaloncino grigio con bordino rosso. Ma sopra ho una canotta da operaio rumeno. L’inconscio lesbico prevale sempre.

Vedremo al risveglio.

Domani pater, dopo oltre tre mesi. Chissà come sta il divo di meetic che gironzola per lo stivale inseguendo le Signore conosciute in chat. Ne fa 79 quest’anno. Ha cambiato un buon numero di abitudini che parevano consolidate come le colonne di San Pietro.

Quindi tutto è possibile. Come sempre dimostra irrefutabilmente il pater.

Buonanotte che stasera sono pregna di affettuosità e gentilezza.

“Sei quello che mangi”, si dice, mi verrebbe da correggere la cosa con “sei quello di cui sei capace di nutrirti”, ovvero se riconosci le cose buone che ti vengono date non puoi fare a meno di restituirle.

Ma che poetessa.

Sono una anaffettiva affettuosa, non c’è che dire.

 

 

 

Avviso ai naviganti

Soundtrack: Radiohead - Karmapolice

Siamo passate alle foto fatte da me col Nokia. Pensa te.

Volevo dire alla platea tutta (e sì proclamando ella allargò le braccia in un immaginario collettivo abbraccio, socchiudendo gli occhi e beandosi della propria cretinaggine), che vado via per un po’, nel senso che ho vacanzetta di una intera settimana.

Pur essendo a -60 giorni di ferie, ho chiesto la settimana e me l’hanno data. I misteri del mio posto di lavoro.

Quindi ho tutta una programmazione cazzeggiante a partire da domani fino alla fine del mese e, presumibilmente, i miei accessi ad internet saranno limitati (che mia sorella è ferma all’età della pietra).

L’idea primaria era quella di fare un fatto last minute in qualche ameno villaggio vacanze in total solitudine, ma fatti contingenti (’e renar’), mi hanno riportato sul piano di realtà.

Meglio, comunque, ho poco da dire in questo periodo ed ho anche, in generale, bisogno di disintossicarmi.

Prendetevi cura della nipotazza e, soprattutto, non vi perdete nei meandri del web.

Scriverò quando potrò (disse ella convinta di avere interlocutori interessati alla cosa).

Avevo in animo di fare una cosetta gentile che non farò, data l’alta probabilità di fraintendimento (disse, sempre ella, convinta di essere criptica).

Baci a tutti. 

Varie ed eventuali/Inutilia

Soundtrack: Aretha Franklin - Respect

Poche cose da dire.

Sto in fase moscezza e scarsa reattività.

Mi mancano gli amici e vorrei fossero qui.

Cazzo non ho neanche un accendino oggi. Persi tutti. Cosa quasi peggiore che non avere sigarette.

Ho poco spazio in testa. Un po’ come un telefonino con memoria piena. Una voce continua a chiedere cosa deve cancellare per fare spazio e io ancora non ho deciso. Mi pare tutto da cancellare o niente da cancellare.

Evabbè, ma che palle. Non se ne può di ’sti post intimisti…

Ieri sera mi sono preparata pappardelle funghi e speck. Piatto estivo. My first time. In genere odio prepararmi da mangiare. Mi annoia mortalmente.

Qualcuno mi sa dire di posti gay-friendly nelle Marche zona Ancona e dintorni?

L’altro ieri ho visto F**, la mia amica/colleguccia preferita. Ha una panza grande e rotondetta, un aria luminosa malgrado tutte le sfighe passate e il solito sorriso solare di sempre. Mi mancano i pomeriggi a chiacchierare di tutto con lei e a sperimentare ogni genere di terapia possibile sui cicci piccoli. Porini. Ma funzionava quasi tutto. Bello.

Non c’è altro, se non che una bimba mi ha detto che ho i capelli bianchi.

E’ tempo di colpi di sole…

 

Male-minded Lesbians

Soundtrack: Peaches - Boy wanna be her

Esiste una categoria lesbica del tutto trasversale, che potremmo definire le Male-Minded Lesbians, ovvero le lesbiche che ragionano come gli uomini.

E, devo dire, ci sono prove a supporto della mia teoria, le trovate qui.

Codesta tipologia è quella che ritiene che le “donne” siano una sottospecie animale caratterizzata da due soli elementi: scopabilità e stupidità.

Non è contemplata la possibilità che le donne siano portatrici di elementi specificatamente umani quali: sensibilità, emotività, sentimento, dignità, orgoglio e altre cosette del genere.

La frase che si sente più spesso pronunciare dalle MML è: “Marò, ’sti femmene ragggionano tutte taleequale, quando te la vogliono dare te la fanno sudare e poi rompono pure ‘o cazz.”.

Perché loro sono, naturalmente, esenti dalla bassezza della mentalità femminile, loro sono libere, tranquille, sessualmente evolute e illuminate.

Sono talmente esenti, da non considerare mai la donna che hanno di fronte portatrice di una qualche forma di intelligenza e capace di avvertire cose, fatti e malandrinate sottilmente costruite ai suoi danni (che, naturalmente, la MML non considera affatto ordite ai danni di lei, dato che non ne riconosce individualità e personalità).

Perché la MML ha la tipica necessità maschile di provare a se stessa di potere qualsiasi cosa, di essere superiore, di essere troooppo figa, di avere in mano la chiave dell’esistenza e di essere l’unica capace di interagire con le donne nel giusto modo.

Un uomo, insomma, e del tipo peggiore. Di quelli che qualsiasi donna sulla faccia della terra considera poco al di sopra di un animale e totale horror vacui.

Le MML desiderano essere come Shane di L-word (che non è poi tanto diverso da un uomo che cerca di essere come Rocco Siffredi) e provocare drama ogni volta che entrano in un locale (pensa che meraviglia: due esseri inutili che si battono per lei, la unica e sola MML, una figata pazzesca), hanno, da qualche parte, un oggetto su cui incidere le tacche per ogni scopata, non tornano a letto con una donna una seconda volta e, se ci tornano, lo considerano un bonus preziosissimo di cui la “fortunata” deve sentirsi beneficiata e grata e, naturalmente, questo poi sarà il leit motiv per giustificare e far passare qualunque genere di comportamento successivo da bestia maschile.

Quindi, le Male-Minded Lesbians sono una categoria che sarebbe meglio evitare, tantopiù se siete lesbiche dotate di sale in zucca o di una qualche forma di personalità.

Oppure scopatevele a casa loro e poi andatevene dopo un paio d’ore dicendo: “credevo ce l’avessi più grande” (non importa a cosa vi riferite, è l’effetto che fa).

Buona giornata a tutti e auguri alla mia sora che è il suo compleanno.

 

 

 

 

Ora

Soundtrack: Feist - Past in Present

Mi sento come quei castorini che tirano fuori la testa dal buco mentre la gente li prende a martellate sul cranio per farli ritornare giù. Ma anche come una che ad ogni angolo coprono con un cappotto e riempiono di mazzate. Come se stessi in una stanza buia e mi arrivassero randellate sulla nuca da tutte le parti.

Credo il concetto sia chiaro e ben spiegato.

Mi si dice che sto involvendo, mi si dice che mi allontano dalle persone che amo, mi si dice che ho bisogno di uno psicoterapeuta (e questo me lo dice uno psicologo e sottolineo psicologo), mi si dice che fuggo, mi si dice che sono compulsiva, mi si dice che mi comporto come se avessi 20 anni e che fa schifo a vedersi, mi si dice che non ho uno straccio di lucidità, mi si dice che sono distruttiva e autolesionista, mi si dice che ho perso la misura.

Mi viene solo da nascondermi in un buco. Nero profondo e pieno di cose che non vedo. Un buco già abitato che proprio rifugio non può essere.

Io non so più distinguere tra quello che penso io e quello che gli altri, gli amici, le amanti, la famiglia, mi dicono. Ho perso il confine.

Ho la sensazione di fare cazzate. Ho la sensazione di fare cose che non piacciono a chi mi sta intorno, ho la sensazione di essere sotto tutela e sotto esame. Ho la sensazione di essere sbagliata.

Mi fa orrore. Mi fa confusione. Mi fa fuggire. Mi fa venir voglia di infilarmi nell’unico buco disponibile che conosco. Sapendo quanto costa e cosa rischio. Non volendo fare la stessa fine di sempre. Non riuscendo ad alzare la testa e guardare avanti per la paura di sentirmi dire, ancora una volta, che non va bene.

E davvero non va bene. Davvero non va bene?

E’ questo il punto. Valgono entrambe le cose. Nello stesso momento.

Sticazzi.

Ho 45 anni, quante volte lo dico e quante volte lo sento dire. Poche responsabilità, miserabili certezze, vivo in una città che continuo a non mappare, non so cosa può succedere domani. Esco dalla devastazione classica di una lunga storia sentimentale finita una mezza chiavica. Ne sono uscita per rabbia e per orgoglio. Non ho nemmeno idea se sono in piedi o striscio sui gomiti, ora che è tutto definitivamente chiuso. So che non voglio morire dentro un’altra volta, non voglio quella cosa vischiosa che ho scambiato per serenità lungo tre anni della mia vita e della vita della donna che avevo accanto.

Ho gli amici - perlopiù lontani -, il mio branco familiare - parte lontano e parte avviluppato ai propri reali e indiscutibili problemi personali -, un lavoro - che da mesi non mi da certezza di stipendio -, una casa - la terza a Roma, la settima in generale, e si prospetta l’ottava a settembre - e la consapevolezza che è così che funziona da 27 anni a questa parte, inutile stare a pensarci.

Acting like a teen ager. Why not? perché nun se pò guardà. Ma l’alternativa che vedo io è restare a casa a leggere saggi storici con gli occhiali da presbite e le pantofole a forma di coniglio, andare per mostre e teatri, fare ginnastica dolce che sai, ad una certa età mica puoi esagerare e mangiare senza sale e con pochi grassi che sennò colesterolo e trigliceridi salgono alle stelle. Rischi l’infarto tesoro. E l’ictus. E il cancro ai polmoni se fumi così. E trovati una compagna saggia e tranquilla, capace di condividere e non spaccare le palle, trovati un rapporto sereno, pacifico, costruttivo, condivisibile, che è arrivato il momento. Find a girl, settle down… Ma io NON voglio questo, mi si spieghi cosa altro c’è, please.

Santa pazienza, mi pare una pezzo da 17enne, questo.

Comunque, mi sembra chiaro che non ho le idee chiare, mi sembra ovvio che sono in fase reattiva/emotiva a cose che sono arrivate solo ora - e vagamente - alla mia coscienza, suppongo che sia un periodo, capisco l’ansia affettuosa di chi mi sta intorno, capisco chi mi dice che scivolo troppo velocemente. Capisco la mia mancanza di coraggio nel dirmi le cose come stanno, persino il mio imbarazzo.

Di certo non serve a un cazzo, per ora.

Mi sa che vado dallo psicoterapeuta, và.

 

 

Quando si incontrano due lesbiche

Soundtrack: Propaganda - Duel

Succede che entro al bar, magari per un caffè prima di andare a lavorare e vedo una lesbica.

Ci si riconosce sempre, non si sa il perché, non si può definire quale particolare ti fa suonare il gaydar (radar gay, per i neofiti).

Il gaydar, di tanto in tanto, esplode in un allarme assordante, luci rosse e blu intermittenti e altri segnali poco discreti che festeggiano ingenuamente l’incontro tra simili, in questo caso lesbiche dichiarate e/o radicali. Altre volte sibila e, allora, sai che si tratta di una criptolesbica. Altre ancora vibra a intermittenza con una certa timidezza, nel qual caso si tratta di “piccole lesbiche crescono” ovvero lesbiche in pectore ancora in fase di definizione.

A far scattare l’allarme potrebbe essere un accessorio, il modo di essere vestita, il taglio di capelli, la gestualità. O tutti insieme. So per certo che le mie amiche etero, ormai da me ampiamente edotte su caratteristiche e categorie lesbiche, sono ora in grado di riconoscere i segnali con il proprio friendly radar. Quindi tutto ciò non  è mitologia omosessuale, è realtà.

Comunque tu sai lei chi è e lei sa chi sei tu. In un nanosecondo.

E poi?

Ci si guarda per un tempo infinitesimale e si lancia il messaggio non verbale in lingua lesbica: “ti ho riconosciuta” che si manifesta con un irrigidimento posturale, fessurazione delle palpebre, chiusura ermetica delle labbra in posizione “rido sotto i baffi”, spalle alzate che non si sa mai, magari è aggressiva o, al contrario; sorrisone, sguardo ammiccante, battutina a mezza bocca, postura conciliante che, non si sa mai, magari me la da. Seguono reazioni che possono variare:

  1. Non ti azzardare neanche a pensarlo perché ti taglio la gola con l’apribottiglie;
  2. Non ti permettere di pensare che siamo uguali, io non sono come te, lesbica di merda;
  3. Questo è il mio territorio, non mi costringere a farti pipì in testa, non c’è niente per te qui, sparisci:
  4. Apperò, sei passabile, ci guardiamo di nuovo?
  5. Ci diamo il cambio per lasciare inalterata la percentuale di presenza lesbica nel bar?
  6. Sei un cesso, la solita lesbica camion del cazzo e levati dalle palle;
  7. Non mi guardare che mi vergogno;
  8. Vieni a casa mia adesso.

Generalmente, comunque, la camion tende alla protezione del territorio, la lipstick ad ignorare con nonchalance, la cripto a fingere di non capire e l’impegnata ARCI a fare amicizia.

Personalmente, o mi spavento a morte o mi viene da ridere. non so dire perché.

 

 

Back to Garbage City - ma invece no.

Soundtrack: Scugnizzi - Zoccole

Vado a Garbage City a vedere amici, tagliarmi il cespo di lattuga che ho in testa, ricomporre nella mia memoria visiva la faccia di mio padre e far uscire dal cranio il fumo e la nebbia che si sono accumulate.

Che poi i fab vanno via e io credo ripartirò sabato sera, magari mi dice bene.

Ho provato a cambiare template ma, alla fine, pure a me piace questo qui più di tutti. Uffa, volevo fare una variation, un po’ come andare a tagliare i capelli o fare shopping. Per sentirmi nuova di pacca.

Ora però dormo.

I’m sorry.

Non capisco più chi ha ragione e chi torto e, in realtà, vorrei uscire da questo tipo di labirinto. Ma non sono brava coi labirinti. Almeno potessi spostare qualche muro. Gnente, te dico gnente.

In macchina senza musica che palle.

Una noterella piccina piccina. Mi sono resa conto che io, alla mia ex-fidanzata, voglio bene.

6 anni non sono bruscolini e non vanno via con la pioggia.

Alla prossima.

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Non è vero, sono le 6 e ho deciso di restare.

Ero pronta con lo zaino sulla porta (sulla porta, sulla porta, cantava tale Federico?), ma poi ho pensato che non ce la faccio. Voglio restare. Voglio stare qua. Costi quel costi.

Perché? perché sono ossessiva compulsiva, perché sono emotivamente in disordine e tendo a dare testate nel muro quando non capisco cosa mi succede. Autodistruttiva e autolesionista. Ancora. A 45 anni.

E non so neanche se uscirò stasera.

Sorry.

Oggi è la giornata internazionale delle scuse.

?

Soundtrack: Non lo so, anzi ci vorrebbe la Regina Spektor  con Better, ma poi mi pare troppo.

Non so manco che titolo dare a questo post. Non so cosa scrivere. Ma voglio scrivere.

Lo scopriremo solo scrivendo.

Sono avvilita. Ci sono cose che quando ti accadono ti fanno rigurgitare tutto quello che credevi di avere ampiamente digerito. Come il sorso di birra il giorno dopo la sbronza.

Si prospettano tempi difficili.

Le mie gauloises rosse sono a sinistra. A destra il posacenere, davanti il pc poggiato sul portalaptop Ikea.

Mi sono piazzata in sottofondo una soundtrack da taglio vene.

La gatta strepita e protesta perché la pappa che le ho comprato le fa cordialmente schifo. Ho cucinato listarelle di vitello scaloppinate con i funghetti champignon. Buona, ma troppi funghi.

Giornata lunga ma almeno ci pagano anche questo mese. Non è poco. Ho detto ad uno dei miei cicci preferiti che se voleva litigare ero prontissima, non aspettavo altro. Mi sa che si è spaventato un po’.

La settimana prossima mi partono le mie due collegucce preferite. Palle a quadrigliè.

Sono avvilita. L’ho già detto? penso di sì.

Quello che facevo mi piaceva, ma semplicemente non posso più farlo. Non è bello. Sono senza energie. Mi chiedo il perché delle mie scelte. Costantemente in contrasto con l’istinto. Le conclusioni sono sempre le stesse. E ancora me ne stupisco.

Che faccio adesso?

Non mi importa, in fondo. Qualcosa farò, l’istinto di sopravvivenza prevale sempre at the end. Mia sorella mi dice che è più preoccupata per me e la mia vita che per la figlia.

Consolante. Perennemente in emergenza emotiva (e pure pratica, in genere). Come avere un cane, un animale domestico che sai non potrai lasciare mai solo perchè non ce la può fare. Non è in grado. Inabile al quotidiano e all’esistenza.

So che faccio la logopedista perché capisco, esattamente e perfettamente, cosa sia il disadattamento. Che è “la cifra stilistica” della mia vita.

Ma cos’è, l’ora del vittimismo?

Pare di sì, meglio cambiare registro. Ma la mia estensione vocale lascia un po’ a desiderare, in verità.

Non sono nemmeno stanca, solo avvilita e niente più. E a piangere non son capace. Cheppalle. Anzi di più.

Ci vuole un po’ di shopping selvaggio.

Adesso la gatta è stesa sulla mia pancia. Mi fa le fusa e affonda le lungherrime unghie nelle mie carni. E’ affetto, lo so, ma a volte fa male.

Ho mandato una mail alla mia ex perché voglio chiudere ’sti cazzo di sospesi rappresentati da scampoli di cose, quisquilie e pinzillacchere che mi intristisce vedere appese all’ingresso, in attesa di uno scambio di ostaggi che non ha più ragione di esistere. Non credo di essermi spiegata un granché, ma immagino chiunque abbia avuto a che fare, dopo una separazione, con le decine di oggettucoli altrui ritrovati tra le pieghe dei propri. Ho la sensazione che in fondo restino fili appesi. Sottili lenze di nylon lunghe chilometri, in attesa di sentir tirare. Non che sia voluto, sensato o preventivato. Mi sa che avviene e basta. Senza coimplicazioni di sorta.

Penelope gatta appoggia il capoccetto sul palmo della mia mano e chiude gli occhi. Allunga la zampa nera sulla mia tetta. Riapre gli occhi e mi guarda con un misto di affetto e perplessità. Mi tocca il polso col naso umido. Spinge. Adesso mi accendo una sigaretta e lei andrà via. E’ una accanita sostenitrice dei danni da fumo passivo.

Penso che andrò a letto e mi chiederò, prima di dormire, perché non so mai fare “la cosa giusta”.

Le Frasi Inutili

Soundtrack: Gabin - Doo Uap, doo uap, doo uap

Prima di ogni altra chiacchiera ho da dire che, con il post sul Gay Pride cui, come detto, tenevo molto e che mi è costato pure sudore delle ditine e fatica organizzativo/sintetica, ci sono state, su questo blog, 163 visite. Il post vintage/personal successivo - che parla, fondamentalmente di cazzi miei e manco si capisce cosa voglio dire - ha avuto 264 visite. Ma come si deve fare con voi? Siete la mia disperazione e il mio nutrimento narcisistico all together. Magari sarà un caso, ma capita fin troppo spesso. Pane e Grande Fratello, questo mangiate.

Detto questo, passiamo alle strunzate odierne.

Le frasi inutili sono quelle che mi sono state dette quando non ero neanche lontanamente pronte per capirle. Le frasi inutili sono quelle che cercano di darti una diversa visione della TUA realtà quando, perlappunto (ma anche questa, attaccata o divisa in tre?) la realtà è la tua e hai il diritto di vederla come cazzo ti pare.  

Le frasi inutili hanno il sottotesto che recita “lo capirai da grande”. Hanno il senso di riempire la bocca di chi le formula e non servono ad un beneamato cazzo (?) a chi le ascolta.

Le frasi inutili sono quelle che cercano di spiegare a te quello che stai vivendo, come lo stai facendo e perché, quando tu non hai nemmeno idea di quale sia il tuo nome di battesimo.

Io sono la regina delle frasi inutili. Useless Sentences Queen…

Ne dico e ne ho detto una quantità non misurabile con i tradizionali mezzi a disposizione. Ci vorrebbero le misure astronomiche.

E l’ho capito all’improvviso. Oggi.

E’ che, secondo me, le frasi inutili servono a nascondere l’impotenza che si prova di fronte alla altrui determinazione a fare e dire cose auto ed eterolesioniste.

Quando si vuole bene a qualcuno non si riesce a guardarlo mettere le mani sulla fiamma viva senza fare nulla. Non lo si regge e si parte con pippotti, cappelletti, paraustielli e libere interpretazioni, a volte giustificazioniste (io propendo per questo settore), a volte aggressicritiche (ogni tanto mi partono pure queste però).

Non serve a un cazzo. O si prende la persona a cazzotti fino a farla svenire, per evitare che si ustioni o dia fuoco a una casa, o si lancia l’asciugamano bianco e si resta a guardare lo sfacelo. Tanto ognuno ha i propri tempi, i propri campi di battaglia da attraversare, i propri dolori da affrontare e il proprio diritto a raccontarsi cazzate a tempo indeterminato.

Che se ne tenga conto in futuro.

Non me lo ricordo